Albino Carbognani
Versione del 14 aprile 2003
La radiazione ottica, nel passaggio fra due mezzi con indici di rifrazione diversi, subisce una deviazione (rifrazione), dalla direzione di propagazione originale. L’angolo di rifrazione dipende dalla frequenza della radiazione. La riflessione, al contrario, è indipendente dalla frequenza. Da qui segue che una lente convergente ha diversi fuochi, uno per ogni frequenza (o colore), mentre uno specchio parabolico ne ha uno solo: le lenti sono affette da aberrazione cromatica, gli specchi ne sono privi.
Per correggere l’aberrazione cromatica delle lenti semplici, dal 1733 si è iniziata la costruzione d’obiettivi astronomici composti di due o più lenti con diversi indici di rifrazione. Il modello d’obiettivo più diffuso è certamente quello acromatico di Fraunhofer, formato da due lenti di vetri diversi spaziate in aria. Quest’obiettivo riduce il problema del cromatismo ma non lo elimina completamente, cosa che avviene nei rifrattori apocromatici, purtroppo molto costosi.
I moderni obiettivi di Fraunhofer, sono costruiti in modo tale da mandare in un unico fuoco le radiazioni giallo-verdi dello spettro visibile (quelle a cui l’occhio è più sensibile). In questo modo però si mandano fuori fuoco le radiazioni rosse e ancora di più le blu e violette. In un obiettivo l’aberrazione cromatica si manifesta come un alone di colore blu-violetto attorno a immgini di soggetti luminosi, come Sole, Luna, pianeti e le stelle più brillanti. Quest’aberrazione, sovrapponendo contemporaneamente immagini a fuoco e non, riduce in misura sensibile il contrasto ed altera la percezione dei colori.
Fino a qualche anno fa, per contenere l’aberrazione cromatica a livelli accettabili, si costruivano rifrattori con un elevato valore del rapporto focale/diametro (rapporto d’apertura). La focale minima richiesta è data dalla formula f=1,12 · D2, dove f è la lunghezza focale e D il diametro dell’obiettivo espressi in cm. Questa soluzione presenta lo svantaggio di richiedere grandi lunghezze focali: ad esempio un’obiettivo da 10 cm deve avere una focale minima di 11,2 volte il diametro e uno da 15 cm ben 16,8. Questi obiettivi necessitavano di tubi lunghi e montature pesanti, per avere uno strumento con un minimo di stabilità. Tutto questo si rifletteva sui costi. Negli ultimi anni la situazione è cambiata con l’avvento sul mercato di rifrattori acromatici aperti, cioè con focali inferiori a quanto prevede la formula precedente. Questi strumenti sono molto più compatti, leggeri e meno costosi dei loro predecessori ma presentano un’aberrazione cromatica più accentuata. Per eliminare lo spettro secondario di questi strumenti, di solito, si ricorre a filtri gialli come il Wratten 8 o interferenziali come il Minus Violet 1, in grado di attenuare il problema perché assorbono la parte blu dello spettro. Purtroppo i filtri falsano la percezione dei colori e non risolvono completamente il problema del contrasto. Fino a qualche mese fa l’unico modo per eliminare l’aberrazione cromatica era il passaggio ad un riflettore, oppure ad un costoso obiettivo a lenti apocromatico.
Per eliminare il cromatismo dei rifrattori acromatici la Aries (azienda ottica dell’Ucraina), ha immesso recentemente sul mercato un accessorio ottico noto come “Chromacor” (versioni I & II). Non si tratta di un filtro ma di un gruppo aggiuntivo di lenti in grado di focalizzare contemporaneamente in un unico punto (o quasi), le radiazioni blu, verdi e gialle. Esternamente, il Chromacor si presenta come un cilindro metallico di colore nero opaco (dentro e fuori), del diametro massimo di 50 mm. La parte anteriore contiene un gruppo di lenti (trattate antiriflesso), mentre la parte posteriore è filettata per essere avvitata nei diagonali da 2 pollici di diametro (o negli oculari di pari dimensioni). In dotazione, per la protezione dalla polvere e da graffi accidentali, ci sono un tappo in plastica arancione che si inserisce a pressione sulle lenti e un coperchio metallico che si avvita nella parte posteriore. Il gruppo di lenti è sostanzialmente neutro, quindi la focale originale del telescopio non viene modificata. Il Chromacor è stato sviluppato appositamente per correggere gli acromatici da 150 mm F/8, 127 mm F/9 e i 120 mm a F/8,3, ma può essere utilizzato su tutti i rifrattori con rapporto focale compreso fra F/6 e F/15. Non è adatto per i piccoli rifrattori da 70÷80 mm di diametro a F/5.
Montato all’interno del tubo di focheggiatura, prima dell’oculare, questo dispositivo è in grado di eliminare completamente (o quasi), l’aberrazione cromatica. Per la sistemazione in sede, basta avvitare il Chromacor a un diagonale da 2” e inserirlo all’interno del tubo di focheggiatura. Chiaramente, visto il diametro esterno, il Chromacor non può essere montato su telescopi che abbiano un tubo di focheggiatura di diametro inferiore ai 2”. La seconda generazione di Chromacor (Chromacor-II), permette una correzione ancora migliore delle aberrazioni. Ovviamente il prezzo sale rispetto al Chromacor-I. Chi si accinge ad acquistare un rifrattore acromatico da 120 o 150 mm, può rivolgersi verso modelli che abbiano già il Chromacor I o II installato.
Dal punto di vista storico, l’idea del Chromacor si può far risalire al rifrattore dialitico di Rogers, introdotto nel 1828. Lo schema ottico di questo telescopio prevede una coppia di obiettivi acromatici posti ad una certa distanza l’uno dall’altro, una configurazione simile a quella di un rifrattore acromatico moderno con il Chromacor inserito. Rifrattori di tipo dialitico sono commercializzati anche da alcune note ditte produttrici di obiettivi apocromatici.
Del Chromacor esistono diversi modelli. Il modello base è il Chromacor-N che corregge solo l’aberrazione cromatica. Esistono anche le versioni denominate O1 e U1 in grado di correggere, oltre al cromatismo, anche l’aberrazione sferica dei telescopi con obiettivi, rispettivamente, sottocorretti e sovracorretti. Ricordo che, nel primo caso, la lunghezza focale del bordo dell'obiettivo è minore della lunghezza focale della parte centrale, nel secondo accade l'opposto: la focale del bordo è maggiore di quella del centro. Per eliminare l'aberrazione sferica il Chromacor fa coincidere i due fuochi. Il Chromacor O1 induce una sovracorrezione di 1/6 di lunghezza d’onda. Esisteva anche un modello O2 con sovracorrezione di 1/4 di lunghezza d’onda, ma non viene più commercializzato perché poco utilizzato. Il modello U1 induce una sottocorrezione di 1/6 di lunghezza d’onda. Per avere la riduzione della sferica, il modello O va abbinato ad un obiettivo sottocorretto, mentre il modello U ad un obiettivo sovracorretto. Ad esempio, un obiettivo con una sottocorrezione di 1/5 di lunghezza d’onda abbinato ad un Chromacor O1 avrà una correzione per la sferica di 1/5 – 1/6 = 1/30, un notevole miglioramento rispetto alla situzione di partenza. Ma se, sbagliando, si abbina allo stesso obiettivo il Chromacor U1, le due sottocorrezioni si sommano e si avrà una correzione finale di 1/5 + 1/6 = 11/30 >>1/3, peggiorando la situzione iniziale. Le immagini fornite, pur essendo libere da aberrazione cromatica, saranno meno contrastate.
Il modello di Chromacor va quindi scelto dopo aver deciso se correggere o meno l’aberrazione sferica. Se il telescopio in uso ha una rilevante aberrazione sferica conviene correggere anche quest’ultima, le immagini avranno un contrasto maggiore. Se la sferica è trascurabile ci si può limitare al Chromacor-N.
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Scheda tecnica Chromacor Aries |
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Tipo |
Correttore di aberrazione cromatica e sferica per acromatici. Versioni I e II |
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Modelli disponibili |
N, O1, U1 |
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Diametro massimo tubo esterno |
50 mm |
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Lunghezza totale |
760 mm Chromacor-I, 840 mm Chromacor-II |
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Peso |
180 g Chromacor-I, 260 g Chromacor-II |
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Diametro gruppo di lenti anteriore |
30 mm, trattate antiriflesso |
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Distanza ottimale con l’oculare |
161±2 mm |
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Produttore |
Aries – Ucraina |
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Importatore |
Astrotech Engineering – Thiene (VI) |
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Sito Web |
http://www.astrotech.it |
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Prezzo Chromacor-I |
836 € |
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Prezzo Chromacor-II |
1250 € |
Per valutare l’aberrazione sferica di un rifrattore si può utilizzare il “metodo dell’ostruzione”. Vediamo brevemente in che cosa consiste. Per prima cosa è necessario ritagliarsi un disco di cartoncino opaco con un diametro pari al 33% di quello dell’obiettivo. Questo disco, dai bordi regolari, va posto davanti alla lente frontale dell’obiettivo, in posizione concentrica, in modo da avere un telescopio rifrattore con un’ostruzione del 33% (più o meno come gli Schimidt-Cassegrain in commercio). Per evitare che il disco tocchi la lente si può sostenere usando dei sottili fili di nylon da fissare sul paraluce con il nastro adesivo.
A questo punto basta puntare una stella di prima grandezza alta sull’orizzonte e osservare l’immagine di diffrazione ad ingrandimenti medio-alti (150-200x), in intra ed extrafocale. Con un rifrattore acromatico è meglio se si utilizza un filtro giallo, come il Wratten 12, per sopprimere il cromatismo residuo (a questo stadio il Chromacor deve essere ancora montato). La distanza di sfuocatura del focheggiatore deve essere simmetrica (cioè identica), rispetto alla posizione di fuoco: ci si può aiutare con un comune righello millimetrato. Un valore tipico della distanza di sfocatura può essere un 1 cm. L’immagine di diffrazione apparirà formata da un disco nero centrale (con un piccolo spot centrale, la macchia di Poisson), circondata da anelli di diffrazione concentrici. Misurando il rapporto fra il raggio del disco occultatore in intrafocale ed extrafocale (Rintra/Rextra), si ha un’indicazione della correzione dell’obiettivo per l’aberrazione sferica.
Se il rapporto fra i raggi è 1, l’obiettivo è esente da aberrazione sferica. Questo, purtroppo, capita di rado: il caso più comune è la sottocorrezione. In questa situazione il diametro del disco occultatore è maggiore in intrafocale e minore in extrafocale e l’aberrazione sferica può essere più o meno seria. Un valore massimo accettabile, per un discreto obiettivo, è una aberrazione di 1/4 di lunghezza d’onda visibile (lambda). Valori superiori sono intollerabili perché causano una eccessiva perdita di contrasto delle immagini. Il caso contrario si verifica per la sovracorrezione, qui il diametro del disco extrafocale è maggiore di quello intrafocale e i rapporti cambiano di conseguenza.

Figura1 - Immagini intrafocali che si possono ottenere con il reticolo di Ronchi nei casi di ottica sovracorretta e sottocorretta.
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Tabella per la valutazione della sferica |
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Correzione obiettivo in frazioni di lambda |
Sottocorrezione |
Sovracorrezione |
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Rintra/Rextra |
Rintra/Rextra |
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0 |
1,00 |
1,00 |
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1/8 |
1,09 |
0,92 |
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1/4 |
1,19 |
0,84 |
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1/3 |
1,25 |
0,80 |
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1/2 |
1,39 |
0,72 |
Per la misura del diametro del disco occultatore sulle figure di diffrazione intra ed extrafocale, si può utilizzare un oculare con reticolo micrometrico, oppure immagini CCD. Ideali risultano le riprese di brevi filmati tramite webcam. Sommando i vari frame del filmato si ottiene un’immagine media in cui gli effetti del seeing sono quasi del tutto cancellati, e questo migliora la misura del raggio (in pixel), del disco occultatore nell’immagine di diffrazione. Per ottenere una migliore precisione (il bordo del disco occultatore non è nettissimo), conviene effettuare 3÷4 misure diverse e calcolare il valore medio della correzione dell’obiettivo.
Un modo alternativo per stimare l’ammontare dell’aberrazione sferica consiste nell’usare un reticolo di Ronchi. Il reticolo di Ronchi è un comune reticolo di diffrazione con una decina di linee per mm. Puntando il telescopio su una stella di prima grandezza, togliendo l’oculare e portando il reticolo in posizione leggermente intrafocale si dovrebbero osservare 2-3 bande parallele, alternativamente chiare e scure. Se le bande sono rettilinee la sferica è trascurabile, se sono deformate ai bordi la sferica è presente in forma più o meno accentuata (vedi figura). Il problema con il reticolo di Ronchi è che spesso è difficile stimare il raggio di curvatura delle linee, rendendo incerta la stima quantitativa del grado di aberrazione sferica. In ogni caso, la stessa Aries produce reticoli di Ronchi, incisi su filtri di vetro giallo e montati su barilotti metallici opacizzati da 31,8 mm di diametro. Il filtro giallo è utile per una migliore definizione delle bande, perché la loro distorsione dipende anche dalla lunghezza d’onda della radiazione a cui si osserva.

Figura2 - Immagine intrafocale ed extrafocale di Procione ripresa con il rifrattore da 150 mm ed usata per la valutazione dell’aberrazione sferica. Le piccole deformazioni degli anelli di diffrazione sono dovute ai supporti del disco occultatore. Ben visibile la macchia di Poisson al centro dell’immagine. Il disco occultatore in intrafocale ha un diametro di 69 pixel, mentre quello in extrafocale ha un diametro di 64 pixel. Il rapporto è 1,08 il che indica la presenza di un’aberrazione sferica sottocorretta di circa 1/8 di lunghezza d’onda.
Il Chromacor funziona correttamente solo se il suo asse ottico coincide con quello dell’obiettivo. Prima di procedere al montaggio bisogna verificare che l’obiettivo del rifrattore sia correttamente collimato. Una parte dei rifrattori di produzione cinese, specie i primi modelli importati, non prevedono la possibilità di regolare la collimazione della cella dell’obiettivo per cui bisogna sperare che sia tutto a posto. Se l’immagine di diffrazione di una stella, osservata ad alti ingrandimenti in intra ed extrafocale, presenta anelli circolari e concentrici l’obiettivo è collimato.
Secondo la Aries, si può utilizzare un qualsiasi modello di diagonale da 2”, a patto che la distanza fra la parte posteriore del Chromacor, dove inizia la parte filettata, e il diaframma di campo dell’oculare sia di 161 mm, con una tolleranza di più o meno 2 mm. Questa, infatti, è la distanza per la quale il Chromacor è stato ottimizzato. Nel caso la distanza sia inferiore al previsto, si può estrarre il barilotto dalla sede dell’oculare, in questo modo si possono recuperare 10÷15 mm, utili per raggiungere la distanza ottimale. In alternativa, si possono avvitare dei portafiltri vuoti da 2” fra Chromacor e diagonale.
A questo punto si può passare al montaggio del Chromacor. Per far sì che l’asse ottico del Chromacor coincida con quello del focheggiatore, sul tubo del Chromacor I si possono inserire (a pressione), degli anelli di cartoncino di spessore tale che il tutto si incastri perfettamente nel tubo di focheggiatura. Con il Chromacor II questa operazione non è necessaria, perché il diametro esterno di quest’ultimo è leggermente superiore a quello della prima versione e tale da inserirsi perfettamente nel tubo del focheggiatore. In ogni caso, per inserire il Chromacor I con gli spessori o il II senza, può essere necessario svitare l’anello terminale del tubo di focheggiatura, inserire il Chromacor, riavvitare l’anello e, infine, avvitare il diagonale sul Chromacor. Va osservato che se si usa il Chromacor I e si rinuncia agli spessori supplementari, non è necessario svitare la parte terminale del tubo di focheggiatura. Naturalmente in questo modo la collimazione degli assi ottici potrà essere meno accurata. Giunti a questo punto, si può bloccare il diagonale con le viti di fissaggio del tubo di focheggiatura e passare alla fase di verifica del buon funzionamento del sistema.
Se il Chromacor è correttamente collimato, osservando una stella a fuoco ad alto ingrandimento, si dovrebbe vedere il disco di Airy con il primo anello di diffrazione senza asimmetrie. Puntando un pianeta luminoso come Giove a 180-200x, in intrafocale l’immagine dovrebbe presentare un bordo violetto, mentre in extrafocale doverebbe essere di colore verde. Se gli aloni sono uniformi e simmettrici è tutto a posto e si possono iniziare le osservazioni. In caso contrario bisogna agire sulle viti di collimazione del focheggiatore fino ad ottenere un risultato accettabile. Maggiori dettagli sul montaggio si possono trovare nel manuale che accompagna il Chromacor.
I rifrattori acromatici aperti di grande diametro sono quelli destinati a trarre i maggiori vantaggi dall’utilizzo del Chromacor. Per il test ho utilizzato il ben noto e diffuso rifrattore cinese con 150 mm di diametro e 1200 mm di focale (F/8). Dopo il montaggio del Chromacor, come descritto in precedenza, è necessario procedere ad un ribilanciamento del tubo. Questa operazione ha il vantaggio di aumentare la distanza minima dell’oculare dal suolo, migliorando la comodità nell’osservazione degli oggetti celesti prossimi allo zenit.
Il primo pianeta osservato è stato Giove a 180-240x, con oculari di tipo Plössl. Con il rifrattore a tutta apertura, senza Chromacor, era ben visibile il tipico alone bluastro dell’aberrazione cromatica, con uno spessore di 10-15 secondi d’arco, attorno al bordo planetario. Il disco del pianeta mostrava, nelle zone chiare, una leggera dominante giallo-verde. Inserendo il Chromacor-I N, l’alone blu-violetto è scomparso quasi completamente, se si fa eccezione per un tenue e sottile alone residuo. Con il Chromacor-II N il bordo è risultato privo di colori spuri ma è più critica la messa a fuoco: basta molto poco per passare da un pianeta con il bordo violetto ad uno con il bordo verde. In entrambi i correttori, i dettagli delle bande del pianeta, NEB (di colore rosso vivo) e SEB (di colore rosso-marrone), si sono mostrati molto più incisi ed erano più facilmente percepibili le sfumature della zona equatoriale. I colori erano più saturi e fedeli. Solo verso i bordi del campo dell’oculare l’immagine del pianeta era deformata e circondata da aloni colorati.

Figura3 - Confronto fra due immagini di Giove, riprese con ToUcam Pro + filtro IR-Cut al fuoco diretto del rifrattore da 150 mm, ricavate da due filmati di 190 frame ripresi attorno alle 22:40 UT dell’8 marzo 2003 in condizioni di seeing medio. Ben visibile la Macchia Rossa e, a destra, i satelliti Callisto e Europa. In alto il risultato senza Chromacor (si noti l’ampio alone bluastro dell’aberrazione cromatica), in basso quello che si ottiene inserendo il Chromacor-I N. La differenza di contrasto e dettaglio è evidente e non richiede commenti. La fase di elaborazione è stata assolutamente identica per le due riprese e non sono state portate correzioni sui colori.
Una differenza ancora più marcata si è avuta nella ripresa di immagini digitali del pianeta con una webcam ToUcam Pro dotata di filtro IR-Cut. Il Chromacor infatti, migliora notevolmente la nitidezza del canale blu, con il risultato che le immagini digitali a colori sono molto più contrastate, nitide e realistiche di quelle ottenute senza Chromacor. Su Saturno, entrambi i modelli di Chromacor rimuovono completamente l’aberrazione cromatica. In questo caso le immagini non sono distinguibili da quelle fornite da un riflettore Newton.
Visto il notevole miglioramento nella definizione del blu, con il Chromacor diventa anche più proficua l’osservazione di Venere con filtri blu-violetti, dove le formazioni atmosferiche del pianeta presentano un contrasto maggiore. In ogni caso, nell’osservazione diurna di Venere a 180x e in condizioni di seeing medio, il bordo del pianeta era ben definito e il disco di colore bianco e non più tendente al giallo come con l’acromatico normale. Usando il Chromacor-I. è presente un sottilissimo alone violetto, che sparisce con il Chromacor-II, probabilmente troppo debole per essere osservato contro il fondo cielo chiaro.
Anche sulla Luna i risultati sono stati positivi. Le osservazioni sono state condotte in due sessioni distinte. La prima, con la Luna prossima al primo quarto (fase lunare 0,35), in condizioni di seeing discreto a 192x (oculare micrometrico da 12,5 mm + Barlow APO 2x). Senza Chromacor, al bordo lunare era ben visibile l’alone blu-violetto con uno spessore di 15". Con il Chromacor-I N, l’alone bluastro si riduceva parecchio, pur senza sparire completamente, raggiungendo uno spessore di circa 2,3". Con il Chromacor-II N l’alone si riduceva a zero. Per confronto, con il filtro MV1 lo spessore dell’alone blu-violetto è di circa 6,2", ma con i colori della superficie lunare falsati a causa della dominante giallo-verde. Nella seconda sessione (fase lunare 0,76), è salito lievemente lo spessore blu-violetto residuo del Chromacor-I N (da 2,3 a 4,6 secondi d’arco), a causa della fase più avanzata, mentre con il Chromacor-II N il bordo si è mantenuto privo di alone. Lungo il terminatore, usando il Chromacor, le immagini dei crateri erano più nitide, con ombre nere e ben definite. Anche le riprese digitali della superficie lunare, hanno decretato l’indiscussa superiorità del Chromacor, nell’aumentare in modo sostanziale il contrasto e il numero di dettagli percepibili (vedi figure). Con l’uso del Chromacor è più semplice il monitoraggio dei TLP (fenomeni lunari transienti), con i rifrattori acromatici, perché viene eliminato il pericolo di scambiare il cromatismo dello strumento per un’anomalia di colore.

Figura4 - Confronto fra due immagini della regione lunare attorno al cratere Catharina, riprese con ToUcam Pro + filtro IR-Cut al fuoco diretto del rifrattore da 150 mm, ricavate da due filmati di 188 frame ripresi attorno alle 19:50 UT del 9 marzo 2003 in condizioni di seeing medio. In alto il risultato senza Chromacor, in basso quello che si ottiene inserendo il Chromacor-I N. Anche qui i benefici derivanti dall’utilizzo del Chromacor sono evidenti. La fase di elaborazione è stata assolutamente identica per le due riprese e non sono state portate correzioni sui colori.
Sul Sole il 150 mm è stato usato diaframmando l’obiettivo a 110 mm, il che lo porta ad essere un F/10,9. Con questo rapporto d’apertura il cromatismo è ridotto anche se è ben visibile l’alone blu al bordo. L’uso del Chromacor-I toglie quasi completamente l’alone, i nuclei d’ombra delle macchie sono più scuri e le macchie minori sono meglio visibili per via del contrasto più elevato. Ottime le immagini nei momenti di buon seeing. Gli stessi risultati si ottengono con il Chromacor-II.

Figura5 - Confronto fra tre immagini del cratere Copernico riprese il 12 aprile 2003 in condizioni di seeing medio con la ToUcam Pro + filtro IR-Cut al fuoco diretto del 150 mm, F/8. A sinistra l’immagine senza correttore, al centro quella ottenuta con il Chromacor-I N e a destra quella con il Chromacor-II N. L’elaborazione è identica per tutte e tre le immagini ma i risultati migliorano da sinistra verso destra.

Figura6 - Confronto fra le immagini di Copernico nel canale blu della ToUcam Pro. Ogni immagine è la media di 150 frame. A sinistra senza Chromacor, a destra con il Chromacor-II N. L’immagine di destra è più dettagliata e con meno rumore di quella di sinistra, quindi in grado di sopportare un grado di elaborazione più spinto.
L’osservazione di stelle dalla luminosità elevata ha lo scopo di vedere come si alterano i colori e la percezione di compagne deboli. Il primo test è stato fatto su beta Ori (Rigel), di tipo spettrale B8 e magnitudine 0,2 con una compagna di 6,8 a 9,5". A 180x e senza Chromacor, la principale era di colore giallo, circondata da un esteso alone bluastro. Visibile la secondaria all’interno dell’alone. Con il Chromacor-I N, la principale era di colore bianco e l’alone bluastro era considerevolmente ridotto. La secondaria era molto meglio visibile, più inciso anche il disco di Airy. Il Chromacor-I N riesce a sopprimere quasi completamente anche l’alone bluastro attorno a Sirio e con un acromatico di dimensioni adeguate può essere più facile scorgere Sirio B.
Successivamente ho puntato il rifrattore su alpha Ori (Betelgeuse), stella di tipo spettrale M2 e magnitudine 0,8. In versione acromatica il colore del disco di Airy era rosso-arancione circondato da un debole ma esteso alone blu. Con il Chromacor-I N restava il colore rosso-arancione con un debolissimo alone blu. L’ultima stella osservata è stata alpha CMi (Procione), di tipo spettrale F5 e magnitudine 0. Senza Chromacor la stella si presenta di colore giallo chiaro, circondata dal solito alone bluastro. Con il Chromacor-I N Procione restava di colore giallo chiaro con un alone blu molto ridotto. L’alone bluastro residuo sparisce per stelle di magnitudine pari o superiore alle seconda. Con il Chromacor-II N gli aloni residui spariscono completamente.
Come risulta da queste prove, con il Chromacor la fedeltà nella percezione dei colori stellari è molto maggiore rispetto ad un acromatico normale e questo porta a degli indubbi benefici nell’osservazione delle stelle doppie. Inoltre, riducendo l’alone bluastro attorno alle stelle più luminose, diventa più facile percepire le secondarie deboli e a piccola distanza dalla principale.
Nell’osservazione di nebulose e galassie a medio e basso ingrandimento l’uso del Chromacor non porta a vantaggi sostanziali rispetto all’acromatico normale.
Il Chromacor Aries, attualmente (aprile 2003), è l’unico dispositivo in grado di trasformare un rifrattore acromatico in qualcosa di molto simile ad un apocromatico con una spesa accessibile, anche se non proprio alla portata di tutte le tasche. Il solo tubo ottico di un rifrattore apocromatico da 150 mm di diametro, in Italia, ha un costo superiore ai 13 000 €. Il tubo ottico di un acromatico cinese dello stesso diametro, equipaggiato con il Chromacor-II, ha un costo di circa 2300 €, quasi 6 volte di meno. Se ci si limita a considerare il tubo ottico di un apocromatico da 100 mm il prezzo scende a 3000 €, ma il vantaggio del Chromacor-II è ancora sensibile (-23%), tanto più che si dispone di un diametro obiettivo maggiore. Il divario si accentua se si opta per il Chromacor-I.
Il campo di applicazione ideale del Chromacor è nell’osservazione in alta risoluzione dei corpi del Sistema Solare. Il miglioramento del contrasto delle immagini, visuali e CCD, rispetto ad un acromatico normale è molto evidente, a tal punto che sorge spontaneo chiedersi quanti minuti dettagli delle superfici planetarie siano andati persi a causa dell’aberrazione cromatica dei rifrattori. L’unico inconveniente del Chromacor è che bisogna utilizzare spesso il diagonale: questo può rappresentare un piccolo fastidio per le osservazioni visuali lunari e planetarie perchè è più complicato il confronto diretto con le mappe. Nessun problema per le osservazioni CCD, dove basta poco per ristabilire il corretto orientamento astronomico (nord celeste in basso, est celeste a destra).